Nel 1971 Yakovlev, costruttore sovietico dello Yak-40, chiese a Aertirrena di effettuare una presentazione in estremo oriente e in Australia del velivolo in dotazione. Il compito di organizzare il volo fu affidato a me che avrei fatto parte dell'equipaggio come Primo Ufficiale. Date le caratteristiche del velivolo l'intera tratta fu suddivisa in numerose tappe. Questo è il diario del viaggio, così come l'ho scritto allora, dei 45 giorni di quella che considero un'affascinante avventura.

 

Ankara 19 giugno 1971

Cara mamma, abbiamo atterrato ad Ankara al centro di un piovasco spaventoso e con un vento di 50 nodi "al traverso" della pista. Sul manuale tecnico del nostro aeroplano c'è scritto che non si può atterrare con più di 20 nodi invece il comandante Davià è stato bravissimo e ha depositato lo YAK a terra dolcemente come sempre. Dal punto di contatto al parcheggio ci abbiamo però messo un bel quarto d'ora; non riuscivamo a farlo rullare tanto violente erano le raffiche del vento. Un DC9 che ci seguiva ha preferito rinunciare all' atterraggio ed ha "riattaccato" per altra destinazione. Anche il viaggio in taxi dall'aeroporto all'albergo è stato emozionante perché abbiamo attraversato vari posti di blocco dove ci hanno chiesto i documenti con i fucili puntati addosso. Tutta la città sembrava in stato di assedio per via dell' uccisione di un Ministro. Stamani, da Firenze, siamo partiti col sole che ci ha seguiti a Roma, a Brindisi e a Thessaloniki. Ti confesso che appena decollati mi sono sentita felice e la terribile suspance che mi ha stretto la gola durante gli ultimi tempi è svanita all'avvio del primo motore. I problemi organizzativi erano risolti, le ultime decisioni prese, l'equipaggio scelto senza timore di revoche. Ti rendi conto? Io faccio parte di questo equipaggio, sono in rotta per l'Australia, con tante miglia da percorrere e tanto mondo da vedere! Stasera siamo stati in un locale del Kent Hotel dove una ballerina faceva la danza del ventre saltando da un tavolo all'altro, roteando fra piatti e bicchieri mentre i commensali le infilavano i soldi nella cintura dello slip. Io ho mangiato il cek bab che è carne di montone con riso ricoperto di yogurt.

Teheran 20 giugno 1971

Malgrado sia domenica dalle autorità di Ankara abbiamo ottenuto il permesso di atterrate a Dijarbakir, aeroporto militare. Per fortuna , perché con l'autonomia del nostro aereo non saremo potuti arrivare su altri aeroporti e il rifornimento a Dijarbakir era assolutamente necessario. Veramente dopo le complicazioni burocratiche tipicamente italiane, avute a Brindisi, con le solite perdite di tempo, non mi aspettavo tanta sollecitudine e comprensione proprio in Turchia. A Dijarbakir ancora vento fortissimo e grande caldo. Alcuni ragazzi dell'aeroporto mi hanno riconosciuta e mi hanno regalato un giornale, scritto in turco, con una mia fotografia a colori nella cabina dello YAK. Non ho capito cosa c'è scritto ma la cosa mi diverte molto.

 

Latore 21 giugno 1971

Mamma cara, stiamo seguendo la tabella di marcia piuttosto regolarmente ma dieci ore al giorno di lavoro sodo sono molte specialmente in questi climi. In volo ci alterniamo poiché siamo tre piloti ma quando non si è in cabina ci sono le scartoffie da tenere in ordine e i successivi piani di volo da preparare.

Stamani siamo partiti da Teheran e abbiamo fatto rifornimento a Esfahan. Un bellissimo aeroporto nascosto fra montagne rocciose, a quota 1700m. Lo spettacolo dall' alto era straordinario! La temperatura a terra è di 40° e alla messa in moto abbiamo dovuto "lavorare" le manette con molta cautela per non far alzare troppo la temperatura ai motori. A Esfahan sono venuti a salutarci alcuni tecnici italiani degli elicotteri Augusta e dopo quattro chiacchiere in italiano siamo ripartiti per Kandahar in Afghanistan.
Ormai le radioassistenze a terra sono poche e rimaniamo senza contatti per lunghissimi tratti.

Abituati al traffico aereo del nostro paese fu uno strano effetto non sentire una voce nell'aria. Le nostre "cuffie" tacevano e sotto di noi era deserto. Deserto e foschia; che solitudine! Per fortuna tutti sono sempre impegnati a bordo; c'è chi scrive, chi mette ordine nelle proprie valigie, chi si fa le unghie, chi riattacca bottoni e chi prepara panini. Ci usciranno dagli occhi questi panini improvvisati ma il tempo per fermarci a pranzare non lo abbiamo davvero.

Ogni tanto avvistiamo gruppi di capanne di terra e case basse e piatte fatte di sabbia, qualche piccola oasi lungo i fiumi asciutti e riarsi. Poi le bellissime piste di Zahedan fra dune grigie e gialle, poi di Kandahar in Afghanistan. In questo aeroporto ci arriva un aereo di linea due volte la settimana, per il resto del tempo è solitudine e silenzio, eppure la pista è favolosa e penso quanto sarebbe utile averla a Firenze.
Anche lì abbiamo trovato tutti di una cortesia commovente. Ci hanno offerto di pernottare dato che eravamo abbastanza stanche e nella aerostazione esistono perfino delle camere organizzate. Volevano andare a pendere un cuoco al villaggio per farci preparare spiedini di montone. Ma abbiamo dovuto proseguire per Lahore.

Siamo arrivati di notte e il caldo che ci ha investiti scendendo dall' aereo è stato incredibile. Dirigendomi verso gli uffici ho rischiato di schiacciare vari ranocchi. L'umidità qui è tale che loro si devono sentire come in uno stango. Il sudore mi gocciolava lungo la schiena e non ho trovato refrigerio neppure nelle stanze della polizia o della dogana dove grandi ventilatori al soffitto girano movendo appena l'aria e tutti sudano da matti e quando non si parla si ode solo il fruscio dei fogli, trattenuti a stento da grossi reggicarte in vetro. Che sonno, che caldo, che buio!
Per fortuna adesso siamo all' Inter-Continental Hotel dove abbiamo piscina e aria condizionata. Ci ha ricevuti il portiere, altissimo con divisa verde oro, turbante sovrastato da una bellissima cresta bianca. Abbiamo cenato poco fa con pollo e riso alla Pakistana, mango fresco e "Lassi" (yogurt frullato con ghiaccio e sale) molto dissetante. Il cameriere, quando ha scoperto che siamo italiani, ci ha portato a vedere il numero di Epoca con la "storia dell' aviazione" dove c'è anche la foto di un aereo del babbo.

Vorrei telefonarti ma qui hanno la linea con l'Italia solo dalle 15.00 alle 21.00 e adesso è troppo tardi.

 

New Delhi 22 giugno 1971

… Casco dal sonno e domattina dobbiamo partire prestissimo per attraversare l'India il più rapidamente possibile. Ci addentriamo sempre più nella stagione dei Monsoni e finché le condizioni atmosferiche ci permettono di andare avanti dobbiamo approfittarne.
Con il colera che c'è in giro non è prudente indugiare troppo da queste parti; cercheremo quindi di arrivare in Birmania domani stesso.

Stamani ci siamo concessi qualche ora di relax e con un pulmino abbiamo fatto un giro turistico a Lahore e fra tanta miseria abbiamo visto le moschee principali che sono bellissime. Non capisco perché molte straniere si intestardiscono a voler entrare in San Pietro in microgonna o addirittura in slip quando in tutte le chiese del mondo si osservano regole drastiche particolari. Per visitare le moschee del Lahore ti fanno togliere le scarpe e ti fanno infilare una specie di gabbana lunga fino alle caviglie. Il paesaggio lo abbiamo visto con gli occhi socchiusi, attraverso una nuvola di polvere. Si stava avvicinando una tempesta di sabbia. Lungo il fiume ragazzi nudi che sguazzavano insieme alla mucche, sui tetti delle case basse e piatte ci sono i letti di legno rozzo dove la maggioranza della popolazione dorme all'aria aperta. Anche stamani abbiamo visto persone do ogni età sdraiate ovunque, sui tetti, nei prati, lungo le strade. I giardini sono bellissimi pieni di scoiattoli che ti vengono fra i piedi. Evidentemente malgrado la fame e la miseria di questo paese vengono protetti e rispettati.

In aeroporto le pratiche doganali ci hanno preso del tempo e quando eravamo pronti al decollo ci hanno rifiutato il permesso di partire. In India non trovavano più la nostra autorizzazione per atterrare a Delhi. Sono dovuta correre nuovamente negli uffici per mostrare il nostro telex con il numero della autorizzazione, ho fatto un'altra bella sudata e finalmente il via.

Pioveva anche al nostro arrivo a Delhi. All'Air India, dove mi sono rivolta per ottenere assistenza (pulmino per i nostri bagagli, prenotazione stanza in albergo, pagamenti tasse atterraggio, ecc…) erano tutti molto indaffarati. Finalmente un bel tipo alto, moro, con grandi baffoni neri girati all'insù e un turbante bianco in testa si è preso cura di noi. Bisognava stare attenti ad aprire la bocca perché nuvoli di formiche alate circolavano intorno alle nostre teste. Sui muri delle nostre stanze numerosi gechi sonnecchiavano indisturbati. Lunga attesa alla dogana dove hanno ispezionato minuziosamente alcune nostre valige. Ho dato il numero di telefono a un Comandante dell'Alitalia in partenza per Roma perché domani ti porti i miei saluti. Fa piacere vedere i colori italiano quando si è in giro per il mondo.

 

23 giugno 1971

Partiamo da Delhi e la terra sottostante ci appare gialla e completamente riarsa ma intorno a Varanasi ci sono gruppi di case e ciuffi di alberi. Sarebbe interessante vedere questa città che è la vecchia e famosa Benares ma abbiamo solo il tempo di fare rifornimento e dare un'occhiata ai bollettini metereologici che qui non sono per niente attendibili in quanto non hanno informazioni dirette.
Arrivando a Calcutta attraversiamo un forte temporale poi usciamo dalle nubi e vediamo nuovamente la terra. Calcutta ci appare molto estesa, immersa in un palmeto. Quasi tutto il terreno è allagato e durante il nostro "corto finale" cioè avvicinamento alla pista, passiamo bassissimi sull' accampamento dei rifugiati pakistani: tende e capanne immerse nell' acqua che arrivano quasi sulla pista. In aeroporto consegniamo le casse di zucchero della Croce Rossa Italiana che abbiamo caricato a Roma e che sono proprio per i rifugiati. Pare che una trentina di questi pakistani siano rimasti uccisi da un grosso aereo da trasporto il quale, atterrando di notte, se li è trovati all' improvviso sulla pista dove si erano sdraiati in silenziosa protesta.
Non abbiamo il permesso di atterrare a Chittagong, anzi è bene girare al largo dal Pakistan orientale perché un aereo che arriva da Calcutta rischia di venire abbattuto ed è già successo. Saltare direttamente da Calcutta a Rangoon per noi è un'impresa ma saliamo a 27.000 piedi al di sopra dei margini normali della nostra pressurizzazione con conseguente maggiore fatica dell'organismo, ma siamo abituati. L'importante è raggiungere una quota di minor consumo. Nuovo temporale sul golfo del Bengala, inseriamo tutti gli antighiaccio. La notte è nera e silenziosa, nessun contatto con la terra. Stiamo con gli occhi fissi sui nostri strumenti illuminati, specialmente sul radar e sull' indicatore di carburante. Finalmente contattiamo il VOR di Rangoon la cui pista ci accoglie luminosa e tranquillizzante.

 

Rangoon 24 giugno 1971

Cara mamma, abbiamo salito una lunga gradinata di pietra. Ai lati bancarelle di "offerte" per le cappelle; dai fiori di carta dorata o variopinta alle candele. I gradini sono smozzicati, viscidi e secondo la regola del luogo, devi salirli scalza. Questa gradinata è chiusa come un enorme tunnel in salita, piuttosto buia e puzzolente, ma quando arrivi in cima rimani senza fiato per lo stupore. La Pagoda di Shwedagon è la più grande del mondo e credo la più bella!
Un agglomerato di cappelle intorno alla principale immensa e tutta d'oro che ha 2000 anni. Le cappelle sono dorate o di colori decisi come l'azzurro e il rosso o cosparse di vetrini colorati e scintillanti. Molte hanno il tetto spiovente che termina in un ricamo e ospitano Budda d'oro di varie grandezze. Fra questo scintillio si ode una musica dolcissima e misteriosa. Poi scopri che sui tetti ci sono ghiere di campanelli che tintinnano sommessamente all' aria. Davanti alle cappelle i birmani inginocchiati pregano a voce alta, i bonzi, con i loro sahari arancioni, sono in meditazione sotto gli scrosci d' acqua improvvisi. Anche noi rimaniamo inzuppati di pioggia, i capelli arricciati e le camicie appiccicate addosso ma anche quando non piove si è bagnati ugualmente dal sudore. Sono rientrata in albergo con le scarpe in mano; ho messo subito i piedi nell'acqua bollente, raschiati con la pomice, disinfettati col profumo...ma valeva la pena!

Abbiamo pranzato al Nam Sin Restaurant. E' una piccola casa di legno, di un verde stinto in mezzo a una vegetazione da giungla. Uccelli intorno ce ne devono essere a centinaia ed emettono i gridi più strani. L'interno è composto da diversi "separè" con grande tavolo tondo e rispettivo ventilatore al soffitto. Sembra di essere in un racconto di Maugham. Ci siamo buttati a capofitto sui vari piatti cinesi. Un cibo strano e gustosissimo annaffiato da tè al gelsomino. Ho comprato vari gufetti in legno rivestito di carta dorata. Qui il gufo si chiama "zigne" ed è venerato come un vecchio saggio e porta fortuna.
La città di Rangoon è in completo disfacimento. Nessuno si occupa di rimetterla in piedi ma la popolazione ha un aria ravviata e pulita. Le persone sono gentili e sorridono facilmente.
I visi dei giovani sono quasi infantili ma non perdono nulla della loro virilità malgrado indossino le gonne di cotone colorato che fasciano i fianchi stretti e sono lunghe fino alle caviglie. Le donne sono deliziose, fresche con i denti bianchissimi. Spesso hanno il viso truccato come i pellirossa; con una maschera giallastra sulle guance. Mi dicono che è polvere di legno di sandalo. La bagnano con l'acqua e ne fanno una "maschera" ottima per la pelle perché asciuga il sudore e chiude i pori.

 

Bangkok 25 giugno 1971

Qui è mezzanotte mentre a Roma devono essere le 19.00.
Ci siamo fermati a Bangkok perché il tempo era troppo brutto per proseguire per Songkhla dove non c'è possibilità di fare atterraggi strumentali e ci vuole un pò di visibilità. Appena decollati da Rangoon ci siamo trovati sballottati in un cumulonembo. Oltretutto sembrava che la ruota sinistra non volesse rientrare. E questo complicava le cose. Poi abbiamo verificato che era solo la luce spia a darci un avviso falso e abbiamo proseguito tranquillamente per la nostra meta. Fortuna che lo YAK è un buon aereo e così robusto. Mi ci sono affezionata ormai che ci vivo dentro dall' anno scorso e l'ho sperimentato nei climi gelidi della Russia, Cecoslovacchia e Germania, su piste ghiacciate e a 40° sotto zero e in questi climi equatoriali.
In Italia abbiamo 40 gradi di latitudine, ora siamo a circa 14 e ci stiamo avvicinando all'Equatore.

Volevamo andare stasera a vedere il famoso mercato sull' acqua ma all' albergo mi hanno assolutamente sconsigliata. Al Narai Hotel si occupavano di procurare una barca anche di notte per raggiungere il mercato lungo il fiume ma ora non osano più perché alcuni clienti sono stati derubati, uccisi e gettati in acqua. Domattina partiremo all' alba quindi non avrò il tempo.


Singapore 27 giugno 1971

Ieri abbiamo atterrato a Songkhla su una breve pista sulla riva del mare. Avvicinandoci si è presentato lo spettacolo meraviglioso della Malesia con la sua vegetazione fittissima e verdissima, le sue palme alte e dritte fin sulla riva del mare.
Poi Singapore che è un agglomerato di isole, di insenature, di boschi con alberi disposti in giri concentrici che dall' alto danno l'impressione di enormi impronte digitali. La città è bellissima, ville sontuose in mezzo a prati all' inglese e alberi pieni di fiori bianchi, rossi e gialli. Gruppi di capanne di legno e paglia affogate nella vegetazione. In centro alberghi di lusso e grattacieli, piccole case ad un piano, una attaccata all' altra con gli infissi dipinti di rosso e di azzurro, le scritte luminose in cinese, i negozietti che rimangono aperti fino a notte inoltrata. Tutto ha un sapore speciale. Ho visitato il Tiger Balm Gardens che pare un giardino di Walt Disney con i suoi pupazzi variopinti ma con un carattere tipicamente cinese. Vi sono statue che raffigurano animali feroci, divinità, pagode e perfino una serie di statue che rappresentano le punizioni dell' inferno nelle varie "corti" (tipo gironi di Dante). Sono scene orripilanti dei vari supplizi inflitti ai peccatori.
Il Sri Mariamman Temple, dove gli Hindu pregano seduti in terra cantando nenie e tintinnando campanellini.
La Chinatown mi ha meravigliata per la pulizia delle strade e l'ordine delle bancarelle dove si vende di tutto. Singapore è portofranco e ci sono molti oggetti che vale la pena comprare. Orologi, macchine cinematografiche, registratori, parrucche. Nei negozi ti intrattengono offrendo Coca cola, tè, sandwiches. Al momento di definire il prezzo degli oggetti che volevamo comprare abbiamo lasciato contrattare Antignani, il nostro bravo motorista napoletano che ha saputo battere gli indigeni con la sua astuzia e parlantina.

 

Den Pasar 29 giugno 1971

Ieri siamo arrivati a Den Pasar capitale dell' isola di Bali. Ci siamo arrivati all' imbrunire al solito senza assistenza alcuna. Abbiamo passato l' Equatore alle 03.19 ora di Greenwich cioè 10.19 ora locale. Sotto di noi l' isola di Sumatra e un mare scintillante. Per festeggiare l'entrata nell' emisfero sud non avevamo che dei barattoli di birra calda ma l'allegria a bordo è stata ugualmente vivace.
Rifornimento a Dijakarta e quindi Bali. Qui siamo quasi in inverno ma il termometro segna 27°C. I boys che ci hanno ricevuti al Bali Beach Hotel hanno il classico sarong di batik, una bustina della stessa stoffa in testa e un fiore bianco all'orecchio. Appena arrivato ho gustato il Nasi Goreng che è a base di riso con salsa piccantissima.
Oggi Aryana, un ragazzetto del luogo che parla inglese e fa la guida, ci ha accompagnati in giro per l'isola. La popolazione è povera ma non muore di fame perché banane, riso, e noci di cocco ci sono per tutti. Intorno a Den Pasar i terreni sono a terrazze dove ci si coltiva il riso. Molte persone sono chine, con i piedi nell' acqua e un cappello di paglia a falde larghissime. Per la strada portano enormi ciuffi di riso legati alle estremità di un bastone che appoggiano sulla spalla. Lungo le strade, palme da ambo i lati e piccoli negozi. I villaggetti sono contornati da alte mura coperte di muschio e di foglie, le case sono capanne di paglia e bambù ma per ogni gruppo di case c'è uno o più templi in pietra grigia. L'isola di Bali è forse l'unica di tutta l'Indonesia che abbia una religione. Una religione e una superstizione che regolano ogni atto quotidiano. Non vi sono templi solo nei villaggi ma ve ne sono in mezzo ai campi, nel folto dei boschi, in cima alle colline e scavati nel suolo. I balinesi fanno della religione un arte e ogni tempio ha le sue divinità finemente scolpite. Il tempio "dell'Acqua Primavera" che sgorga limpidissima dal sottosuolo è in mezzo al bosco e i vari alberi e tempietti sono dipinti e rivestiti d'oro vero. Per entrare nel recinto bisogna mettersi alla vita una cintura di stoffa colorata che ha il magico potere di scacciare gli spiriti maligni.
Questa sera abbiamo visto i deliziosi balletti Ramayana. Il palcoscenico è un tempio al centro di un palmeto. Le fanciulle hanno costumi scintillanti d'oro e di pietre e sono leggerissime e delicate. Poi siamo andati a cena al ristorante "Marco's". Tutti avevamo nostalgia di un piatto di spaghetti e un ristorante italiano ha subito attratto l'attenzione. Sono entrata per prima nel locale fatto di bambù intrecciati con tetto di paglia e nella penombra ho sentito fare il mio nome. Mi sono meravigliata moltissimo eppure era un mio amico. Che sorpresa! Da due anni si è trasferito su quest'isola di sogno e ne ha gustato tutto il fascino. Ha aperto il ristorante e sposato una graziosissima indonesiana e non ha alcuna intenzione di lasciare l'isola.
Ora sono in albergo e sto ascoltando le onde del Pacifico che si infrangono contro la barriera corallina. Dalla mia finestra vedo la spiaggia sottostante, le alte palme, il molo con il piccolo gazebo in riva al mare. Una luce rossa lo rischiara mandando bagliori misteriosi. Davvero, fra i nomi che abitualmente si danno all'isola; "La Gemma dei Tropici","L'Isola del Paradiso","La Mattina del Mondo", non saprei quale scegliere.

 

Darwin 30 giugno 1971

Mamma cara, evviva! Abbiamo felicemente raggiunto l'Australia.
L'ultima isola toccata è stata Timor. Abbiamo atterrato all'aeroporto di Kupang fra cavalli selvaggi e capre. La pista di corallo sassosa e tagliente ci ha lasciato segni evidenti sui copertoni. Ci siamo trovati in mezzo a un nuvolo di ragazzini, piccoli selvaggetti che hanno circondato l'aereo, hanno voluto vedere e toccare tutto. Le autorità dell' aeroporto quasi in disuso ma sempre militare, ci hanno ricevuti armati fino ai denti e con l'aria truce. Non erano stati avvertiti del nostro arrivo e ci guardavano diffidenti. L'omino della Portamina se n'era andato a pesca e non si riusciva a trovarlo in tutta l'isola. Abbiamo rischiato di passare la notte a Kupang ed eravamo in pena perché a Darwin eravamo attesi e non avevamo modo di contattare nessuno.Finalmente, poco prima del buio, dopo molte stentate chiacchiere per rabbonire il capitano e tante distribuzioni di caramelle ai ragazzini, l'omino del carburante è arrivato e siamo partiti alla volta dell' Australia. Ancora tanto mare, tanto buio, tanto silenzio! Poi una voce in cuffia, una traccia sul radar. Il nuovissimo continente!
Prima di scendere dall'aereo siamo stati prudentemente disinfettati a spray e tutti i nostri bei fiori profumati di Bali, requisiti. Il rappresentante del Console italiano, Signor Zeroni ci ha ricevuto molto gentilmente e ci ha accompagnati in albergo. Da qui sono riuscita ad avere l'Italia in pochi minuti, via satellite. Ho sentito la tua voce al telefono ed ora posso addormentarmi tranquilla e soddisfatta sotto le "Croce del Sud" che splende in questo cielo immenso.

 

Canberra 6 luglio 1971

L'ambasciatore italiano Sig. Paolo Cannali, che avevo già conosciuto in Italia, ci ha ricevuti con molta cortesia nella sua abitazione. Canberra è una città modernissima, pulitissima e ordinata. Non vedi un filo d'erba fuori posto. E' sorta intorno al Blundell's Cottage, fattoria costruita nel 1858 da uno dei pionieri e ore monumento nazionale. E' forse la cosa più antica di questo paese.
Siamo alloggiati al Forrest Motor Lodge che, come tutti gli alberghi dell' Australia è a singoli appartamenti di stile americano. Qua siamo a 600 m di altezza e così lontani dall'Equatore che l'inverno assomiglia al nostro e fa un freddo pungente.
Dopo aver decollato da Darwin abbiamo fatto 5 tratte lo stesso giorno per arrivare a Melbourne. Abbiamo dovuto aprire subito la valigia dei maglioni di lana e metterci il cappotto. (Pensare che ci eravamo appena abituati ai 50°!). L'Australia, che abbiamo attraversato in tutta la sua lunghezza, mi ha subito affascinato. La terra rossa dei deserti sconfinati, il cielo azzurro, l'aria tersa come noi non siamo più abituati a vedere. E' favolosa!
Abbiamo fatto tanta strada per venire a presentare lo YAK 40 agli australiani e subito ci mettiamo al lavoro. Sono convinta che lo YAK è un aereo adattissimo per queste zone con tratte relativamente brevi fra un aeroporto e l'altro. Tutto qui è organizzato perfettamente e anche volare diventa meno faticoso, ma parecchie piste sono corte e in terra battuta o in erba perché servono a collegare, solo con aerei da turismo, i piccoli ranch o i villaggi isolati e lo YAK è l'unico aereo jet che possa atterrare tranquillamente su piste non asfaltate e in breve spazio pur con una trentina di persone a bordo.

Comunque siamo in ballo tutto il giorno per voli dimostrativi con o senza passeggeri, talvolta con piloti delle Compagnie Aeree che vogliono provare personalmente lo YAK. Le interviste si susseguono alle conferenze stampa e tutte le mattine i giornali parlano dello YAK e tutte le sere ci vediamo in televisione. Tanto si parla del nostro aereo che durante un volo mi sono sentita salutare con un "hallo Florence!" da un pilota sconosciuto della TAA che stava volando in altra zona. Abbiamo volato al Mt. Isa, a Melbourne, a Sideny, a Canberra.
Il Com.te Davià intanto è dovuto rientrare in Italia così al Com.te Sette è rimasto solo il mio aiuto. Sette è bravissimo a presentare l'aereo. Sa sfruttarlo tutto il possibile e si sbizzarrisce in virate a 90°, in picchiate, in atterraggi e decolli cortissimi ed io mi diverto e mi entusiasmo a fare questi voli al suo fianco.
A Sidney abbiamo avuto un giorno di riposo e siamo stati ospiti del dott. Beghè e Signora che ci hanno condotto in macchina per un indimenticabile giro turistico. C'era un bel sole a Sidney che si stende su verdi colline, era stupenda. E' forse la città più bella che ho visto. Nelle sue insenature naturali si potrebbero nascondere tutte le navi del mondo. Salvo alcuni grattaceli centrali adibiti ad uffici, le abitazioni sono ville incantevoli o piccole casette con le ringhiere dei balconi ricamate in ferro battuto. Tutte sono immerse fra boschi di eucaliptus, fra cespugli di camelie, di stelle di natale, di fiori tropicali. E dire che un fiore è rosso è niente perché è….un' esplosione di rosso.
Abbiamo visto l'Opera che è una delle maggiori costruzioni moderne del mondo con le sue immense cupole bianche che sembrano vele sul mare. E barche a vela ce ne sono a centinaia e prati immensi per ogni sport. Purtroppo questo mare è pieno di pescicani e bisogna fare il bagno nelle piscine o in quei tratti di mare recintati da grossi sbarramenti di ferro. I pescicani li abbiamo visti in un acquario; dagli squali a tappato alle razze di ogni tipo. Abbiamo fatto una scorpacciata di ostriche perché le allevano e il tifo non esiste.

 

Brisbane 8 luglio 1971

Cara mamma, ho una mia foto sul tavolo e ogni volta che la guardo mi viene da ridere. E sai perché? Rido di quel dolce, morbido, tenero, buffo Koala che mi sta in braccio. Tutto sonnacchioso con le sue grandi orecchie pelose. Oggi abbiamo avuto solo tre voli dimostrativi così nel pomeriggio siamo andati al Lone Pine Park. Un vero paradiso col fiume che scorre fra rive selvagge e, fra i ciuffi di alberi, di stelle di Natale e di rigogliose buganvillee si intravedono deliziose villette. Nel bosco di eucalipti c'è una specie di giardino zoologico dove gli animali tipici dell' Australia, vivono liberi e domestici. I Koala sono quegli orsetti buffi che si nutrono di foglioline e di giorno dormono a gruppi, appoggiati ai rami nelle pose più abbandonate e divertenti. Ci sono i canguri; se dai loro il granturco te lo leccano sul palmo della mano e con le loro zampette corte prendono lo tua mano e la tirano a se, quando il granturco è finito si alzano in piedi sulle zampe posteriori e allungano il muso verso di te con occhi teneri e ti viene voglia di abbracciarli. Alcuni canguri hanno il cangurino che tira fuori la testa dal marsupiale poi la ricaccia dentro e lascia penzolare fuori solo le zampe. Anche l'Emu che assomiglia allo struzzo ma è più piccolo, si avvicina e vorrebbe beccare ma con quel becco aguzzo bisogna stare attenti; se non gli dai retta, ti guarda in faccia e il suo becco nero è proprio all' altezza dei tuoi occhi. Ci sono pappagalli dai colori più svariati e molti bianchissimi con ciuffo e coda giallo limone.

Siamo rientrati navigando lungo il fiume fino al centro della città. Dopodiché il sono andata a cena da una delle pilote australiane. Altre erano invitate con me e mi hanno fatto molta festa e hanno voluto conoscere tutto sulla mia battaglia in Italia per diventare pilota professionista di linea. Loro sono istruttrici di volo o semplicemente sportive ma una è nientemeno che capopilota di una piccola società di aerotaxi.
Ieri sera invece ho passato una serata molto piacevole con un vecchio amico. Ed; mi ha visto in televisione e mi ha cercato per telefono da un aeroporto all'altro, poi ha preso un aereo di linea e da Sidney mi ha raggiunto a Brisbane per passare qualche ora con me. Mi ha fatto molto piacere rivederlo e siamo andati a festeggiare il nostro incontro con un buon vinello rosso in un ristorante italiano.

 

Darwin 14 luglio 1971

Abbiamo attraversato nuovamente i grandi deserti, atterrato ancora in tanti posti. Perfino a Roma che è una piccola cittadina tipo western. A Charleville ho avuto la sorpresa di trovare ad attendermi Dorothy Herbert, un' altra aviatrice che avevo conosciuto in Inghilterra molti anni fa. Ora fa il medico e si sposta pilotando il suo Piper Comanche. Siamo atterrati anche a Brunette dove c'è un ranch modello.

Sarei rimasta volentieri una sera per farmi cantare le canzoni dei cow boys, invece abbiamo avuto il tempo solo di fare un volo e di mangiare una fetta di pane appena sfornato con pomodoro fresco e maiale cotto. A Darwin siamo arrivati il 10 sera e alloggiamo nuovamente al Poinciana Motel. La mia stanza è a pianterreno e a un paio di metri dalla piscina. La sera ci riuniamo tutti qui davanti e si fanno tuffi fino alla mezzanotte. Abbiamo riempito il mio frigo di bottiglie varie così siamo da quattro giorni in completo relax. Siamo in attesa di nuovi ordini per gli appuntamenti successivi. In Australia, comunque, il nostro compito è finito. Porterò con me un piccolo Koala di pezza che ho chiamato Cuddles (tenero) e che ora ha il suo posto nella cabina dello YAK.
In questi giorni abbiamo visto altre cose interessanti perché siamo andati a un safari (fotografico) nei "bushes" dei dintorni. Abbiamo incontrato bufali selvaggi e centinaia di wallaby che sono canguri di piccola statura. Abbiamo incontrato un dingo (cane selvaggio temuto quanto un lupo) e una Goanna (lucertolone enorme, nero e viscido). Abbiamo visto centinaia di uccelli come i Jabiru Sturl con coda rossa, pellicani e molti altri tipi ancora. Abbiamo visto anche i "Magnetic Ant" che sono formicai a forma di lapidi, costruiti dalle formiche con la loro saliva e con terra. Hanno la caratteristica di essere sempre nella direzione nord-sud. Alcuni hanno fino a 5 secoli. Se ne rompi uno vedi che dentro è come un misterioso labirinto.
Siamo stati anche a vedere i balli degli aborigeni. Abbiamo attraversato un tratto di mare, approdato con un vecchio anfibio residuato di guerra su una spiaggia isolata e bianchissima, ci siamo arrampicati su per una collina dove lo spettacolo si svolgeva in mezzo alla natura.
Ma la cosa che forse mi ha colpito maggiormente in questi giorni sono i gabinetti sulla spiaggia di Darwin. Fannie Beach è una grande spiaggia libera, frequentata da parecchie persone perché a un passo dalla città. Il mare è limpido, calmo e abbiamo fatto bagni favolosi e preso il sole. C'è una piccola costruzione in pietra con spogliatoi maschili e femminili, tre o quattro docce e un paio di gabinetti tenuti puliti e con regolare rotolo di carta igienica. Miracolo! Non c'è guardiano, non si paga niente, eppure la carta c'è e ci rimane fino a consumazione.

Dijakarta 17 luglio 1971

Questa volta a Kupang ci hanno ricevuti con molti sorrisi e molti Salamat Datang che vuol dire benvenuti. Il Capitano è stato felice di ricevere in regalo le cartucce che gli avevo comprato in Australia.
Arrivati a Dijakarta veniamo a sapere che non potremo presentare il velivolo fino a martedì 20 perché le autorità che devono assistere non sono libere prima. Ci innervosiamo un po' ma poi accettiamo di buon grado quest'altra forzata vacanza. Andiamo così a visitare Dijacarta e scopriamo anche qui una parte di mondo triste e abbandonato. Lungo i canali che scorrono fetidi nelle zone meno centrali della città, ci sono dei recinti di paglia e bambù alti circa un metro per tre lati. Al quarto lato c'è il muro della città e gruppi di persone convivono in questi quadrati senza tetto, sdraiati sulla terra motosa come se fossero in porcili. Per rinfrescarsi, lavarsi (se così si può dire) e fare i loro bisogni scendono nelle acque giallastre del canale, indifferenti di tutto. Accanto c'è la strada con i risciò che corrono e la folla variopinta. Andiamo a spasso sul risciò che è molto divertente. Poi ci facciamo portare allo Sky Room Restaurant. Ci porgono su un vassoio tovaglioli di spugna bianchi o di colori delicati che sono stati immersi nell' acqua bollente profumata. Ti ci lavi le mani e asciughi il sudore del viso. Qui si mangia cinese: pinne di pescecane, zampette di ranocchie, piccioncini e gamberi con salse stranissime e germogli di bambù.
Sono le 9.00 ora locale. Davanti a me una distesa di colline verdi con palme di banane e cespugli di tè. Qua c'è la coltivazione del tè di Punjak che è una delle più famose del mondo. Facciamo colazione sopra a Bogor. Prima colazione a base di tè, vodka, cognac Armeno, salsicce, burro, cetrioli.
Antignani canta a squarciagola canzoni napoletane, Mr. Karpov che ha una bellissima voce canta le stesse canzoni ma in lingua russa e noi tutti li seguiamo chi in italiano, chi in russo e il canto si perde nel folto della vegetazione di Giava.
Mr. Karpov ci ha gentilmente accompagnati quassù e ci condurrà fino al cratere del vulcano che contiene un piccolo lago. La vegetazione è foltissima , bisogna fare attenzione ai serpenti. Andiamo a visitare il meraviglioso giardino botanico. Anche questa è stata una giornata indimenticabile.

 

Kuala Lumpur 22 luglio 1971

A Dijakarta ho conosciuto l'unica donna pilota indonesiana che possiede un brevetto commerciale conseguito in Olanda. Sta mettendo su una piccola compagnia di taxi aereo. E' molto simpatica e l'ho fatta subito iscrivere alla Associazione Femminile Aeronautica Internazionale di cui faccio parte. Ho scritto in America presentandola alla Sede centrale e l'ho messa in contatto con la dirigente del gruppo francese.Dopo Dijacarta siamo andati a Singapore per altri voli dimostrativi. Abbiamo quindi passato nuovamente l'Equatore e questa volta abbiamo brindato con Coca cola e Gin.
Ora siamo nella misteriosa Malesia e oggi abbiamo fatto un giro turistico per vedere gli alberi della gomma e la fabbrica dove questa viene lavorata.
Abbiamo salito i 272 gradini della Batu Caves che sono enormi grotte dove gli Hindu organizzano feste religiose. Sotto la ripidissima gradinata circola il bove sacro a 5 zampe. Sarà anche sacro ma a me ha fatto impressione con quella quinta zampa che gli pende dal collo.
Ho assaggiato tutti i frutti tropicali esistenti ed ho cenato abbondantemente in un piccolo ristorante all' aperto (ve ne sono infiniti, uno attaccato all' altro arrangiati sotto tettoie tanto che sembra di essere ad una fiera). E' famoso questo Say Wai Heong Restaurant con il cuoco Ah Loy.

 

Bangkok 2 luglio 1971

Non era previsto il pernottamento a Bangkok ma stiamo aspettando il Com.te Cavicchioli che venga a darci una mano in quanto il Com.te Sette si è ammalato. Abbiamo fatto brillantemente i nostri voli di presentazione ma i chilometri da percorrere per tornare a casa sono ancora tanti.
Stamani atterrando a Songkhla Sette di è sentito male. Lo abbiamo accompagnato all'ospedale del paese con una jeep dell'aeroporto e con molta preoccupazione. All'ospedale c'era una lunga fila di donnine in sarong, con i bambini in braccio ma, vista la nostra uniforme e la faccia da stranieri, ci hanno fatto subito passare dal medico che parlava un po' inglese. Un ragazzo molto giovane e garbato che ha pronosticato un'infezione intestinale ed ha fatto un'iniezione piuttosto robusta tanto per permettere al Comandante di proseguire il viaggio. Così ora ciondoliamo per Bangkok, chiacchieriamo con gli equipaggi dell'Alitalia che alloggiano al nostro stesso albergo e cerchiamo di recuperare un po' di sonno e di stanchezza.

 

Rangoon 27 luglio 1971

Contavamo fare una bella tirata verso l'India ma il brutto tempo sul golfo del Bengala e il gentile invito a pranzo della Signora Pascarella e di suo marito l'Ambasciatore ci hanno fatto desistere dall'impresa. Quel giorno andammo alla residenza dell' Ambasciatore che è persona affabilissima e molto spiritosa (da buon napoletano). Parla varie lingue compreso il russo così poté fare una bella chiacchierata anche con i nostri tecnici. I Signori Pascarella hanno tre bambini, tre cani e un giardino e anche una deliziosa bambinaia; una donnina birmana molto saggia che si prende cura di tutta la famiglia. Con molta pazienza ha insegnato alla Signora Sette e a me ad indossare il "longi". Lucio è il maggiore dei figli e con suo padre si è esibito al piano in un pezzo allegro a quattro mani. Le due bimbe sono Sakura (Fior di ciliegio) e Teresa. Sakura vorrebbe essere un maschietto e un giorno chiese a sua madre se potevano farla operare e trapiantarle l'anima, per diventare un ragazzo! Mi ha fatto molta tenerezza. Il pomeriggio del nostro arrivo è venuto anche l'Ambasciatore australiano a salutarci così siamo stati con i nostri squisiti ospiti tutto il giorno. Ieri sono tornata a trovare la Signora Pascarella alla scuola dove insegna l'italiano alle hostess della BUA. E' una donna molto attiva e dinamica.
Oltre al bruttissimo tempo sulla rotta (due aerei che hanno tentato di andare da qui a Calcutta sono tornati indietro) abbiamo anche il Com.te Sette a letto e il medico locale gli ha somministrato una sbobba rosata e delle pillole. Ma le infezioni prese nelle zone tropicali non passano tanto facilmente. Per precauzione adesso mangiamo solo riso con tè e si beve wisky perché il medico birmano ha detto che fa bene come cura preventiva. Quando è tornato a trovarci, poco fa, ci ha trovati tutti seduti intorno al letto di sette col nostro bravo bicchiere in mano. Intanto continua a piovere.

Esfahan 31 luglio 1971

Siamo partiti da Rangoon il 28 e arrivati felicemente a Calcutta. Abbiamo dovuto pernottarvi perché la furia dei monsoni si è spostata sempre lungo la nostra rotta. A Calcutta ho avuto il tempo di vedere il mercato affollatissimo, i bimbi storpi che ti chiedono l'elemosina e non ti lasciano in pace un momento, pezzenti buttati a dormire sui marciapiedi, vacche magrissime e malandate ma sacre e sfaccendate si accucciano in mezzo alle strade incuranti del traffico caotico. Però sono riuscita a vedere anche ragazze graziose nei loro sahari e negozi di sete bellissime.
Il 29 siamo riusciti ad arrivare a Delhi e a vedere il Kutab Minar con antiche costruzioni fatte dagli Hindu. Secondo la nostra guida i mussulmani hanno sempre distrutto tutto ciò che gli Hindu hanno creato.

Si arrabbiava contro i Pakistani, discendenti di Gengis Kan, che si stanno uccidendo fra fratelli, era convinto che gli indiani sono sentimentali e buoni e non uccidono neppure i serpenti. (Mi tornerà in mente questa frase dopo le recenti rappresaglie degli indiani contro i Pakistani). Ci ha raccontato molte cose il nostro autista. Pare ci siano ancora marajà con 40 mogli, 80 figli maschi (le femmine non vale la pena contarle) 50 auto e 100 cavalli.
Ci siamo fermati a vedere un incantatore di serpenti, poi abbiamo fatto un bel bagno in piscina e a nanna.
Stamani sveglia alle 5.30! Da Delhi a Lahore, a Karachi (perché non ci hanno permesso di seguire l'aerovia più breve) quindi Zahedan e infine Esfahan. Sono tante ore che siamo in viaggio e un buon sonno nell' Hotel Shah Abbas, da mille e una notte, ci vuole proprio!


Firenze 2 agosto 1971

Siamo partiti da Esfashan ieri di buon'ora, purtroppo senza vedere le fabbriche dei favolosi tappeti, siamo atterrati a Teheran e a Dijarbakir. Quindi Istanbul dove malgrado la stanchezza siamo andati in un locale a vedere balli folcloristici e a cena sul Bosforo.
Questa mattina tutti sono rimasti a dormire ma io ho preso in taxi e ho fatto un giro veloce. Mi avevano tanto parlato di questa affascinante città ma non l'immaginavo così bella! Il caffè dove andava Pierre Loti è una tipica casa di legno sovrastante il Bosforo. Bevi il caffè turco e ti godi una magnifica vista. La città si estende su 7 colli come Roma e i minareti si stagliano nel cielo. Sono riuscita a visitare la moschea blu e il grande bazaar. Poi ho raggiunto gli amici all'Hotel e insieme abbiamo ripreso la rotta di casa.
Siamo atterrati a Firenze dopo 45 giorni e 116 ore di volo, smaniosi di telefonare alle nostre famiglie, di raccontare, di riposarci con i piedi sulla terra. Ma abbiamo indugiato pochi minuti prima di aprire la scaletta dello YAK perché abbiamo voluto fare ancora un brindisi "intimo", solo per noi. Un brindisi per l'equipaggio di questa elettrizzante avventura che non dimenticheremo mai.